Descrizione
La Chiesa campestre di San Giorgio Martire, si trova nella campagna del paese, in località “Cuccuru San Giorgio” lungo la strada provinciale 14 che conduce da Dolianova a San Nicolò Gerrei, a circa 500 metri di altitudine sulle pendici delle prime colline, in una bellissima posizione paesaggistica.
Da qui si gode un panorama che domina la campagna e l'abitato di Dolianova e che si estende sulla piana, sul golfo di Cagliari fino a comprendere Santa Gilla ed i monti di Capoterra. Le pertinenze della chiesa comprendono un ampio piazzale antistante la facciata principale, aree a verde ed un vasto giardino di agrumi al margine del quale si conserva una sorgente naturale che ha sicuramente favorito la fondazione dell’antico insediamento.
La chiesa campestre di San Giorgio è stata oggetto di alcuni recenti interventi di parziale recupero che hanno significativamente ridotto il precedente stato di degrado.
Non si hanno notizie certe sulla origine della chiesa, è ipotizzabile una prima fase di impianto antica con successive modificazioni: “La sentita partecipazione ai festeggiamenti sembrerebbe attestare una sovrapposizione del culto ad altri precedenti, forse di natura salutifera. Il culto di San Giorgio, simbolo della lotta contro il male, si è diffuso fin dall’epoca altomedievale soprattutto in contesti, in seguito evangelizzati, che conobbero una precedente fase culturale. Lo stesso slittamento della festa rispetto alla data del martirologio del 23 aprile potrebbe essere indizio di una sovrapposizione culturale” (1).
Negli archivi della diocesi di Cagliari, la chiesa di San Giorgio Martire “è documentata dal 1597; all’epoca aveva bisogno di manutenzione nel manto di copertura. La festa in onore del Santo, così come riportato negli atti della visita pastorale dello stesso anno, veniva celebrata il 23 aprile e nell’inventario dello stesso anno è elencata la statua di San Giorgio cavaliere. Inoltre, sappiamo poi che nel 1601 l’arcivescovo aveva accertato che la parete di levante, lungo la quale si era soliti mangiare il giorno della festa, era pericolante; pertanto, ordinava agli abitanti di San Pantaleo di ricostruirla contestualmente con il tetto, entro tre mesi. Nel 1739 fu fatta una donazione di mezzo scudo per acquistare la statua di San Giorgio, che probabilmente era stata già commissionata. Dalle Respuestas del 1778 apprendiamo che la chiesa non aveva alcun reddito, quindi non aveva beni propri, e che la festa era sovvenzionata con ciò che ogni anno raccoglievano gli obrieri, nominati proprio a tal fine. Quando la chiesa richiedeva dei restauri, questi erano eseguiti dalla popolazione (ecco perché, come vedremo poi, si pensava erroneamente che la chiesa fosse di proprietà comunale) mediante offerte volontarie da parte delle singole persone o mediante contribuzione ordinaria. Il manoscritto rammenta che la chiesa si trovava in montagna e distava 4 miglia dal paese, vi era un solo altare e, come per le altre chiese, tutte le suppellettili venivano portate dalla parrocchia compresa la pietra sacra da collocare nel suo altare; le chiavi passavano in consegna dal vecchio al nuovo obriere. In occasione della festa era usanza ballare a un lato della chiesa” (2).
Differenti ipotesi di datazione, invece, ci provengono dalla relazione allegata ad un progetto di restauro del 1979 a firma dell'Architetto Lorenzo Filipponi, secondo il quale si rifecero gli intonaci interni, l’impermeabilizzazione delle coperture e parziali modifiche nei locali annessi. In essa si afferma che “La chiesa di San Giorgio fu costruita intorno al 1850, nella località alla quale dà il nome, ad opera di una colonia di toscani che vi aveva fissato sede per svolgere attività di commercio di carbone. Si ritrovano intorno alla Chiesa resti di locali costruiti nell'epoca, adibiti presumibilmente a depositi e ad abitazioni. Le notizie che si hanno sono tramandate a memoria d'uomo perché i documenti e gli scritti sono stati distrutti da un incendio”.
Non è noto a quale incendio faccia riferimento il Filipponi, ma le diverse tecniche costruttive riscontrabili nelle murature fanno pensare a diverse fasi costruttive dell'edificio: una corretta mappatura delle tessiture murarie e ulteriori indagini (anche archeologiche) potrebbero fornire preziose informazioni.
Un interessante indizio proviene dalla mappa catastale d'impianto in cui compaiono la chiesa, i locali annessi ancora esistenti sul fianco a sud, un altro corpo di fabbrica sul fianco nord (probabilmente i ruderi di cui parla il Filipponi) e soprattutto il piccolo abside crollato alla fine degli anni Trenta del Novecento e di cui si conservano parte delle antiche fondazioni ed il fronte interno costituito da stipiti, capitelli e arco frontale.
Nel corso dei recenti restauri, sono state condotte alcune indagini sui materiali per verificarne lo stato di conservazione e la consistenza materiale; tra le altre informazioni si è potuto constatare che i pilastri sul fianco sinistro della navata sono in pietra di buona consistenza allettati con malta di calce, mentre le murature di tamponamento sono in pietrame irregolare allettate con malta di terra. Inoltre, sono emerse tracce del vecchio intonaco a ridosso del pilastro della prima campata: esso prosegue oltre il tamponamento della fiancata e ciò fa supporre che i locali che un tempo si affiancavano alla chiesa fossero ad essa direttamente collegati. Potrebbe trattarsi di locali di servizio, di qualche cappella, ma anche di una navata laterale.
La tipologia con pianta a due navate era infatti abbastanza diffusa in Sardegna e nel suo meridione, in modo particolare nelle piccole chiese, a partire dal medioevo (tra tutte, la vicina Chiesa di Santa Maria di Sibiola) e comunque fino al Sei-Settecento (come, ad esempio, la Chiesa di San Sebastiano a Serramanna).
Nelle antiche mappe è inoltre rilevabile l'antica sede stradale che affiancava, prima delle recenti modifiche del tracciato, il fianco sud della chiesa e formava un piccolo piazzale irregolare frontale ad essa per poi riprendere all'incirca l'attuale sede.
È sempre la relazione del Filipponi a darci le maggiori informazioni circa lo stato dei luoghi precedente agli interventi del 1979: le murature si presentavano intonacate all'interno a malta di calce frattazzata, mentre l'esterno della chiesa si presentava con superfici ruvide e irregolari, rinzaffate con malta di calce, come ancora appare in alcune porzioni del prospetto posteriore. Le murature venivano tinteggiate ogni anno, in occasione della festa, con pittura di calce bianca. L'altare presentava le stesse caratteristiche costruttive delle murature e i piani di appoggio al lato della nicchia erano ricoperti da mattonelle in cotto imbiancate, mentre la mensa era costituita da una lastra in arenaria locale (dimensioni cm 45x222). Nella relazione suddetta si parla di un'acquasantiera posta a destra dell'ingresso che “conserva la sua posa in opera originaria: è in marmo lavorato a forma di conchiglia”. Presumibilmente si riferisce alla stessa acquasantiera tuttora presente, ricavata da materiali di spoglio: un rocco di colonna in granito su cui poggia una sorta di capitello in marmo,a pianta quadrata con un piccolo catino scavato in sommità e ornato da scudi sui fronti e da testine sugli spigoli.
La pavimentazione era costituita da marmettoni a grana color grigio chiaro che ricoprivano anche i due gradini su cui ha sede l'altare. La pavimentazione originale doveva invece essere costituita da piastrelle di cotto che ricoprono anche i ripiani dell'altare.
La struttura portante della copertura era realizzata interamente in legno e si componeva di tre capriate (il Filipponi parla erroneamente di quattro capriate complessive al posto delle tre effettvamente presenti), delle quali due originali in ginepro (ora non più esistenti) e una rifatta nel 1933 con altra essenza sulle quali poggiano i ripartitori di sezione irregolare portanti il tavolato continuo di abete sul quale poggia il manto di copertura realizzato in coppi sardi (eccetto la fila di colmo, sostituita con coppi normali).
In base a due progetti del 2003 e 2015 la chiesa e l’area di pertinenza sono state oggetto di ulteriori interventi (2003 sistemazione del piazzale, 2016-2020 rifacimento della copertura della navata principale, di parte degli ambienti annessi e degli infissi, oltre ad alcune opere di consolidamento delle fondazioni).
Nel corso di quest’ultimo intervento sono state rinvenute nella parete di fondo dell’aula le tracce di un antico abside semicircolare e, a ridosso della muratura esterna, alcuni elementi delle relative fondazioni.
L’intervento di ripulitura e consolidamento realizzato più recentemente ha permesso di riportare alla luce l’intero fronte interno dell’abside e reintegrare, in modo chiaramente distinguibile, le parti mancanti che contribuiscono a garantirne la stabilità sta?ca. Il rinvenimento dell’abside, viste anche le sue caratteristiche costruttive, induce a retrodatare il periodo di fondazione dell’edificio chiesastico.
L’edificio attuale occupa una superficie di circa 120 metri quadrati e comprende l’aula ecclesiale ed alcuni locali di servizio.
L’aula ha una pianta rettangolare leggermente irregolare (il cui interno misura m 13.30x3,65 circa) con tetto a due falde in legno. Si accede da un portale in pietra con portone a due ante sormontato da una antica finestrella ottagonale con cornice modanata in pietra arenaria. Sul colmo della facciata vi è un semplice campanile a vela in pietra arenaria sormontato da una croce in ferro battuto di foggia recente.
L’interno dell’aula è caratterizzato sul fondo da un altare di tipo tridentino, costruito in pietra e mattoni su una ampia pedana, la cui struttura in pietra e mattoni è intonacata e attualmente tinteggiata di bianco, ma in alcune parti di intonaci antichi superstiti si possono ancora riscontrare sovrapposizioni di numerose più antiche varie colorazioni; la lastra della mensa è in arenaria di un solo pezzo con al centro l’incavo atto ad alloggiare la “pietra sacra”. Al di sopra della mensa vi è una nicchia in cui alloggia la statua del santo. La nicchia è affiancata da tre gradoni.
Sulla parete di fondo, staccata circa 1.60 metri dall’altare, è stato recentemente messo in evidenza l’arco in pietra su cui si impostava la piccola abside precedente alla costruzione dell’altare di rito tridentino. La demolizione dell’antica abside, avvenuto negli anni Trenta del secolo scorso (come ricordano gli anziani del paese), comportò un diffuso disseto statico visibile fino ai recenti interventi di consolidamento.
Sul lato a sinistra della navata sono evidenti tre robuste lesene che in realtà sono le tracce di altrettanti pilastri che separavano in passato l’aula da una navatella laterale, come comprovato nel corso dei recenti interventi di consolidamento in cui si è accertato che le tamponature murarie tra di essi sono di più recente costruzione.
Sul fianco sud della chiesa è addossato il vecchio alloggio del custode; esso consiste in tre stanze collegate tra loro che si affacciano verso valle su un giardino di aranci ed un orto alimentati da una sorgente naturale.
La Chiesa campestre di San Giorgio Martire di origine cinquecentesca (o precedente) e rimaneggiata nei secoli successivi, merita il formale riconoscimento dell’interesse culturale, in quanto trattasi di un interessante esempio di chiesa campestre assolutamente meritevole di essere salvaguardata.
Note
1) (http://www.parteolla.it/territorio/monumenti/chiesa-campestre-di-san-giorgio-dolianova);
2) Relazione tratta da: Arch. T. Puddu “Le chiese filiali di San Pantaleo nei documenti dell’Archivio Storico Diocesano di Cagliari”.
Galleria di immagini
Chiesa San Giorgio
Facciata
Parte posteriore
Chiesa
Interno
Dettagli interno
Dettagli interno
Modalità di accesso
Mappa
Contatti
Ulteriori informazioni a seguire.
Ultimo aggiornamento
05 Febbraio 2026